L’albero e la finestra
La stanza era piccola, le pareti bianche, il silenzio denso di attese e respiri sospesi. Accanto a me, un ragazzo in coma. Non conoscevo il suo nome, ma sapevo che la sua vita, come la mia, era cambiata in un istante. Lui, per un incidente. Io, in dodici ore di intervento.
C’era dolore in quella stanza. Tristezza. Paura del futuro. La consapevolezza di quanto tutto possa cambiare da un giorno all’altro.
E poi c’era la finestra. E oltre la finestra, un albero.
Non un albero qualunque, ma un’esplosione di fiori rosa, una delizia per gli occhi. In quel grigio di letti, flebo e macchinari, quel colore era vita. Una vita che continuava, fuori, incurante delle nostre battaglie. E forse, proprio per questo, era così prezioso.
Mi aggrappavo a quell’immagine. Nei giorni in cui il dolore si faceva più forte, nei momenti in cui il tempo sembrava fermo, quell’albero mi ricordava che esisteva ancora la bellezza. Che, nonostante tutto, la primavera sarebbe tornata.
Ogni anno, quando la primavera torna e gli alberi si riempiono di fiori rosa, io torno lì. In quella stanza, in quel letto, accanto a quel ragazzo che non ho mai conosciuto davvero ma che, come me, aveva visto la sua vita spezzarsi in un istante.
La primavera mi riporta a quel momento, a quella finestra da cui guardavo il mondo continuare a fiorire, mentre dentro di me tutto era cambiato.
Perché da quella stanza è uscita una persona diversa. Una persona che non sarà mai più la stessa di prima.
Ma forse, come quell’albero, ho trovato il modo di rifiorire a modo mio.
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